«...E adesso bambini, correte così progettiamo la lunghezza del corridoio!
Lei, signora, quali colori preferisce per il trucco? Troverò la finestra migliore per darle luce al viso.
E infine lei, uomo di casa, mi racconti quanto è pigro e posizioneremo le poltrone al punto giusto!»
Potrebbe sembrare una caricatura, ma ogni volta che penso alla progettazione di una casa mi sorprendo a immaginare una scena del genere. Non ho mai incontrato un architetto che, centimetro alla mano, prenda davvero le misure delle persone che abiteranno una casa. Eppure l'architettura nasce proprio lì: nell'incontro tra spazio e corpo umano.
Alcuni amici, studenti di architettura, mi raccontarono che durante le prime lezioni dovevano imparare a usare il proprio corpo come unità di misura: un dito, un palmo, un passo, l'apertura delle braccia. Un esercizio intelligente. Ma ogni volta mi viene da pensare che la misura più importante non sia quella dell'architetto. È quella di chi vivrà la casa.
E soprattutto non bastano le misure. Servono i movimenti.
«Signore, mi faccia vedere come gira l'angolo entrando in casa.
Signora, mi mostri quanto spazio le serve per infilarsi il cappotto senza urtare una sedia.
Bambini, mettetevi sulle punte dei piedi con le braccia alzate: voglio capire dove nasconderete le merendine.»
La maggior parte delle case viene pensata per gesti ordinati. Entrare, appendere il cappotto, togliersi le scarpe, lavarsi le mani. Ma la vita non segue quasi mai una coreografia perfetta. Si entra con le buste della spesa, con un figlio in braccio, con la pioggia sulle spalle, con la fretta, con il malumore o semplicemente con poca voglia di fare le cose nel modo giusto.
E allora una domanda diventa più interessante delle altre:
quanto è irritante questa casa quando sono stanco?
Perché una casa può essere bellissima e al tempo stesso faticosa. Può costringerti a fare ogni giorno piccoli movimenti inutili, piccole deviazioni, piccole attese che, sommate, diventano una forma silenziosa di stanchezza.
Avevo circa dieci anni quando un muratore di molta forza e poche parole demolì la vasca da bagno di casa e la sostituì con una doccia.
Tutti contenti.
Con la doccia si fa prima.
Verissimo.
Nessuno però disse che non stavamo cambiando soltanto un sanitario. Stavamo cambiando il ritmo della casa.
La vasca era lenta. Costringeva a fermarsi. Riempirla richiedeva attesa. Restarci dentro richiedeva tempo. Era uno di quei luoghi inutilmente utili che esistono nelle case e nelle vite.
La doccia era efficiente.
Da quel giorno, senza accorgercene, diventammo tutti un po' più veloci.
Sono passati trent'anni e nella casa che sto costruendo ho scelto di avere sia una doccia sia una vasca. Non perché una sia migliore dell'altra, ma perché rappresentano due modi diversi di abitare il tempo. Alcuni giorni desidero partire in picchiata come uno scroscio d'acqua fredda. Altri giorni ho bisogno di fermarmi.
Anche questo è architettura. Forse persino più delle piastrelle.
Da qualche anno sto costruendo la mia casa e ho scoperto una cosa curiosa: molti errori si vedono prima durante il cantiere che dopo nell'abitazione.
Camminando tra i muri ancora grezzi, trasportando materiali, spostando attrezzi, percorrendo decine di volte gli stessi tragitti, ci si accorge subito se qualcosa non funziona.
Se un passaggio è scomodo mentre porto un sacco di cemento, probabilmente sarà scomodo anche quando porterò una cesta di panni.
Se una porta dà fastidio durante i lavori, continuerà a dar fastidio durante la vita.
Il corpo capisce prima del disegno.
Per questo a volte mi chiedo se una casa non dovrebbe essere progettata come si scrive un romanzo.
Non partendo dai muri, ma dalle azioni.
L'uomo entra in casa.
Si sfila le scarpe.
Cerca un posto per il cappotto.
Va a lavarsi le mani.
Aspetta l'acqua calda.
Attraversa una stanza.
Torna indietro perché ha dimenticato qualcosa.
Si siede.
Si rialza.
Ricomincia.
Ogni planimetria racconta una storia. Alcune sono storie fluide. Altre sono piene di interruzioni, deviazioni e tempi morti. La differenza non sta nella bellezza del disegno ma nella qualità della vita che quel disegno rende possibile. Alla fine credo che una casa ben progettata non sia quella che funziona quando tutto va bene. Funzionano quasi tutte. La vera prova arriva nei giorni normali: quando si è stanchi, distratti, in ritardo, con le mani occupate e la testa altrove.
Le case migliori non pretendono che chi le abita sia sempre efficiente, ordinato e intelligente.
Perdonano.
Perché hanno capito una cosa fondamentale: gli esseri umani vivono bene negli spazi che li aiutano, non in quelli che li giudicano.
