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Casa amanita

Se gli aquiloni potessero parlare, direbbero che di punto in bianco una casa è spuntata come un fungo, come di quelli velenosi cui la natura ha donato bellezza. Una casa col tetto rosso spinto a salmone che forse nessuno sceglierebbe nei cataloghi delle tegole. Il soprintendente piuttosto si farebbe incarcerare anziché autorizzare un tegolame così vivace. Invece quello lì è il tetto più bello del panorama. La casa è un'amanita col gambo snello, a padiglione, che pare un ombrello tirato ai quattro pizzi. E siccome un fungo si distingue per ondulanti originalità, il cornicione di questa casa si è fatto un po' frastagliato lasciando spazio ad alcuni abbaini che saltellano come una gonna in giravolta. Riguardo al gambo dell'abitazione, è un insieme di tavole che non hanno una tessitura regolare, si ispirano più a un cesto intrecciato che a un rigoroso schema di carpenteria. E chi lo ha pitturato non deve aver avuto una mano costante, deve essere il classico svogliato che presa una pennellessa ha cercato di tinteggiare un po' dovunque dimenticandosi di qualche parte dove il prospetto si vede che è più chiaro, meno impregnato.


Questa casa spunta appena sotto al Bosco e così le spalle non sono scoperte verso il cielo ma protette da un esercito di cinguettatori.

Si tratta di una di quelle case alle quali non si sa come arrivare perché pare non ci siano strade, sembra sia avvolta dalla distanza, dalla magia. Però io ci passo spesso sotto la collina dove questa casa è sbucata e non c'è una volta che questa non mi sorprenda.

Ci sono passato di giorno e sembrava una casa disabitata e poi la sera stessa ci sono ripassato vedendo che la finestra dell'abbaino si illuminava da dentro come una lampada di Istanbul: veniva di luce rossa rubino, ma non uniforme, a tratti amaranto. Non ho sentito suoni ma sono certo che lì vi fosse un disco di vinile a girare; non penso ci fosse una camera oscura perché non si stampa e non si sviluppa se non c'è il buio perfetto.

Al mattino successivo, verso l'ora di pranzo circa, non mi sarei aspettato di vedere lenzuola stese. Perché agli orari di mezzogiorno non si mettono ad asciugare i panni, il sole dell'estate li brucia, li scolora, gli dà un proprio tono. Eppure c'era un telo steso da parte a parte, come se fosse il grembiule della torre! Quella casa l'ho vista viva, ne ho immaginato il profumo del bucato facendomi l'idea che li dentro vi fosse un letto veramente grande per avere lenzuola così lunghe. Ventilata da queste vele bianche, una donna teneva le spalle alla parete di legno, i piedi nudi incrociati sul basso capitello di un parapetto e aveva i capelli raccolti di chi si sente perfettamente a casa sua; nella felice tranquillità di chi, probabilmente, è stata amata in quella casa.

Quella lì è la mia strada non perché voglia farmi gli affari della casa ma perché è la scorciatoia più veloce che porta alla mia casa. È come se io prendessi, di volta in volta, uno spunto per andare a costruire meglio la mia casa. Perché sono certo che nella torre di legno col tetto a padiglione vi abiti un artista, un costruttore di storie, forse un viaggiatore che avrà commissionato all'Architetto un disegno sotto dettato. Perché quella è una casa talmente stravagante che te la devi sentire, non la puoi progettare ad altri. Si vede che non è ispirata a un giornale o a un canale di Instagram: piuttosto potrebbe essere una chicca da raccontare in questi canali. Ma sono certo che gli abitanti dell'amanita aprono soltanto a chi vogliono, non a chi vuole vendere a chi vuole affascinarsi. E non si tratta neppure di bellezza, si tratta di identità, di particolarità. Perché se le stranezze non fossero già abbastanza, un'altra sera ho visto che la finestra di fianco é una costruzione di vetro cemento. Mi diverte immaginare un bambino che, passando, fa una boccaccia lasciandosi trasformare in un mostro buffo. E dal vetro cemento entra una luce che viene rifratta, divisa, diffusa. Ed esce una luce riservata che non fa vedere le scene. Al massimo le fa immaginare.

Una casa così riesce perfino a cambiare l’ordine delle parole. Non si dirà: «Quella è la casa di Tizio.» Si dirà: «Lì c’è Tizio, quello della torre di legno con il tetto a padiglione, arrampicata sulla collina.»

E cambiando l’ordine delle parole cambia anche l’identità. È un gioco che ribalta le parole portando in evidenza il carattere, l'umanità, la creatività del vivere. Una creatività che ha messo insieme pezzi che potrebbero essere di scarto perché sono tavole reinchiodate per rimettere a posto anche cose che nel tempo scricchiolano e rischiano di non funzionare più. Ma sono certo che anche con le tavole nuove, il proprietario sarebbe stato in grado di fare un tale prodigio di curiosità e allora io continuerò a passare di là senza buttare l'occhio in maniera curiosa, ma soltanto per capire quanto l'architettura sa diventare vera anche senza architetti.