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La finestra

La finestra è un vuoto che resta sospeso, trattenuto dentro mura massicce.

Nella casa antica, quella semplice, non veniva da uno studio di prospetto. Le aperture erano sparse secondo necessità e quelle del piano di sopra con quelle del piano di sotto non facevano rima… e forse per questo conservano la loro poesia. Le finestre delle case antiche erano piccole nelle zone di montagna e nelle aree interne, perché dovevano lasciare entrare soltanto la luce necessaria e quel poco d’aria sufficiente a rendere abitabile una stanza senza disperdere il calore. Non erano un quadro del panorama: i contadini e i pastori il paesaggio non lo guardavano da dentro, lo abitavano. E in un certo senso ne erano parte, come le pietre e gli alberi.

La nostra epoca è diversa. Abitiamo soprattutto l’interno. Per questo chiediamo alle finestre di fare molto più di quanto abbiano mai fatto: le trasformiamo in superfici di vetro che assottigliano il confine tra casa e contesto, quasi volessimo abolire la separazione per non dover più scegliere da che parte stare.

Quando ho disegnato e costruito la mia casa ho scelto grandi aperture e anche la porta d’ingresso è una vetrata. Vivendo in un bosco, questa trasparenza non ci fa sentire vulnerabili: ci rende partecipi dei cambiamenti naturali, spettatori di presenze animali, preparati all’arrivo di ospiti attesi o improvvisi.

Eppure c’è un prezzo.

Quando il vetro è ovunque, ti addormenti guardando le stelle. Il giorno entra in casa prima ancora che tu lo vada a cercare. Ti svegli e sai già se piove, se c’è vento, se il cielo è limpido: il racconto della giornata è già dato. E forse, in questo sapere continuo, si perde una parte più antica della poesia dell’abitare: quella che nasce dal non sapere ancora. Così abbiamo restituito ai nostri mattini un piccolo tempo di attesa, fissando un bastone e due tende blu: al risveglio è a loro che mi affaccio, per lasciare che il mondo compaia un po’ alla volta, quando decido io.

Non esiste un modo migliore di pensare una finestra: esiste il modo in cui la si prepara a essere architettura, a misura di ciò che si vuole vivere. E forse ciò che si vuole vivere non è solo vedere, ma anche decidere di non vedere per un momento.

Non tutte le finestre dovrebbero offrirsi allo stesso modo: alcune dovrebbero richiedere un gesto, anche minimo, non del tutto razionale. Un gesto che rammenti al corpo che abitare non è solo guardare, ma disporsi in un certo modo rispetto al mondo. Immagino un lettore del pomeriggio, su una sedia a dondolo, con un libricino grande quanto la finestrella stessa, capace di portare la luce giusta sulle pagine come un occhio di bue, senza cancellare il buio attorno. E penso a quelle finestre al filo del pavimento, da cui ci si affaccia solo distesi, come se si planasse sul prato. Una piccola rivoluzione dello sguardo, che smette di essere sempre verticale e accetta di incontrare il mondo da un’altra altezza.

Da tempo disegno a matita una scala a pioli che sale verso il punto più alto sotto il tetto, senza raggiungere un vero piano: solo una piccola finestra tonda da cui si vede il culmine della montagna emergere dal bosco. Un salire raro ma necessario come desiderio: quello di raggiungere un punto di vista che non si può avere stando semplicemente in piedi.

Probabilmente, invecchiando, passerò più tempo nello studiolo con la finestra nascosta dietro la libreria: l’aria e la luce filtrano tra gli spiragli dei libri, non troppo serrati, e portano con sé movimenti silenziosi di copertine e luce. Una finestra che si guarda attraverso altre pagine.

Ripensando alla finestra, continuo a vederla come un vuoto conservato in un muro. Un vuoto pieno di emozioni, forse il più denso tra tutti i dettagli dell’abitare. Perché non è solo un’apertura: è il modo in cui si ospita un pezzo di universo.