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Case speciali - A strapiombo, nel cuore del bosco

In un paese con poco più di trenta abitanti le case non fanno la valigia per andarsene. E se perdono le vite che le abitano, le case non le seppelliscono: vengono giù a poco a poco ma non per morire, per ridare aria al cielo. Le strade rimangono a dimostrazione che c'erano dinamiche, che quelle dinamiche sono disponibili a riprendere vita da un momento all'altro, ma comunque ci pensano le api, i gatti, i venti.

La montagna non sente il peso del paese, anzi, teme che possa crollare tutto perché poi rimarrebbe un vuoto, una cicatrice, un bosco impuro. Dunque, se fa il terremoto, la montagna non è contenta, non dipende da lei.

Ogni giorno, anche il paese di trenta abitanti ha un'alba, ed è bellissima. In moltissimi altri luoghi – anche abitati – non è così bella. E ogni sera, poco prima del buio, anche un paese di trenta abitanti ha un tramonto. Ed è bellissimo perché l'affaccio sta in alto e l'orizzonte di ponente è basso, il sole se lo ingoiano due montagne dirimpetto. Quando è così, il colore prima del buio è un arancione ricco, profondo, che dire "dorato" non è vero, è riduttivo: è albicocca, perciò addolcisce e profuma lo spazio.


In un paese di trenta persone, può sembrare strano, in alcune case ci abitano anche in tre! E può succedere che due donne sedute nel proprio chiostro, a giocare a carte, abbiano una le spalle quasi accostate alla piazza principale e l'altra le spalle rivolte al vento di margine: una casa contemporaneamente centro e periferia di Civita. È una delle case scelte da chi, rientrato dal cuore dell'Europa, ha cercato la pace di questa montagna, ritrovando in Molise una dimensione sinceramente silenziosa e concreta; la prima cellula di un mosaico di ospitalità più ampio, un abitare condiviso che sottovoce sta ridando vita al borgo. Una sperimentazione che si configura come un recupero volto soprattutto a imparare, e a insegnare, il senso profondo dell'abitare. Non del mero risiedere.

Ho abitato anch'io lì, solo un tardo pomeriggio. Perché ho sentito che la mia dimensione interiore – per emozioni, gusti, tempo, spazi – fosse in libera espansione desiderando, fortemente, di essere ferma lì, a godersi tutto. A partire dal silenzio.

Era la casa di persone così ospitali che, pur dopo avermi invitato a entrare, mi sono sentito di richiedere il permesso, per non alterare il silenzio, per non portare anche la mia ombra in una scena di tramonto perfettamente illuminata ma anche contrastata. La struttura prestava una delle sue pareti come fianco protettivo a una pergola di tronchi accatastati, disposti con cura per non farli scivolare, capaci di risaltare gli occhi azzurri di chi ospitava e di dare dimensione ai legni che facevano capanno per rinfrescarsi in attesa di divenire legna da camino. I pezzi di legno, infatti, erano una parete di architettura, anche con uno spazio a finestra, anche con due panche a tronco rovesciato.

Le altre pareti erano il racconto della geologia montana del luogo: pietre bianche, appena ingrigite dal tempo e squadrate in varie pezzature orizzontali, dove le fughe scrivevano la pazienza della scelta e l'attenzione a proteggere la casa. Erano apparecchiate con una precisione fin troppo rigorosa per un'architettura del popolo semplice. E talvolta, alcuni intonaci di calce, maculati di vecchio e di umidità, nascondevano le vere sofferenze o l'indomita energia di mura nate prima dei terremoti più disastrosi dell'Appennino.

E sono entrato, imbarazzato come chi si innamora, senza avere da chiedere ma solo da osservare. Ma osservare può sembrare inopportuno, poco educato, allora percepivo il calore di quella casa, la sua armonia, una sorta di risonanza che arrivava al mio percepire e che raccontava di come quel posto vibrasse come chi vi abitava. Era anche la casa di un uomo di montagna di cui si sentiva il fare, non so cosa, in suoni di lavoro decisi ma diluiti nell'eco del bosco in fondo. Non c'era accademia in quel fare, c'era il trasferimento di un saper evitare errori già commessi, un rubare le idee con gli occhi per rimetterle in concreto con pochi attrezzi e molta conoscenza delle essenze lignee locali.

Si tratta di una casa panoramica ma strategicamente invisibile rispetto alle terre di Molise, persino ai tornanti scavati nella roccia che conducono fin qui: celata al punto da poter vedere tutto senza concedersi allo sguardo. La casa non si affacciava semplicemente sul paesaggio, lo attraversava per successioni di soglie. Non si illuminava solo per orientamento, ma si ombreggiava di corridoi non necessariamente interni. C'erano volumi effimeri che si chiudevano a generare ambienti più che stanze, e una planimetria avrebbe avuto qualche difficoltà a raccontare tutto questo. Il cortile stesso sembrava quasi un pezzo di piazza racchiuso tra un fontanile pubblico e cento vasi di piante fiorite come un Eden, in una continuità che negava l'alternanza stagionale dei petali. Il pubblico e il privato si toccavano lì, senza davvero separarsi.

Dall'altezza delle finestre intuivo volumi interni bassi, pensati per conservare il calore umano e termico; dietro una tenda in merletto si scorgeva lo spiovente in legno antico, asciutto al punto da mostrarsi tosto. Sono stato invitato ad entrare ancora di più nel racconto, dovendo attraversare il conflitto di un corridoio buio, ventilato da uno spiraglio di luce in fondo. Quel corridoio, a pensarci, doveva essere un antico passaggio del borgo, un vicolo pubblico diventato parte di un piccolo aggregato di case strette a cinta come a farsi coraggio, con uno spirito medievale di protezione. Lo raccontavano alcuni gradoni da scendere e le soglie in pietra lisciate dal tempo. Chi progetterebbe, oggi, in bilico sullo strapiombo? Per questo si può solo riceverlo in eredità.

E così – chiudendo gli occhi per comprendere la dolcezza di una muffa garbata – d'un tratto hanno aperto due ante di un vecchio balcone coi vetri sottili e i telai scrostati nelle vernici sul legno. La montagna ce l'avevo di fronte. A chiome compatte e gonfie, a verdi così pieni che spuntavano al blu non godendo della luce del tramonto. E sopra la testa avevo un pergolato di uva di cui ho colto qualche acino in primizia, nero, gli altri erano da fare ma sono certo che sarebbero stati dolcissimi anche loro, stando lì...

Lì i dettagli essenziali prendevano voce: una ringhiera a ferri battuti così sottili da sembrare un disegno, freddi al punto che appoggiandovisi d'estate si sentiva il refrigerio del vento dei castagneti, e mensole di legno stagionato che davano grazia al tempo. Mi colpiva l'equilibrio esatto tra la vertigine di quel balcone a strapiombo e la sicurezza percepita inconsciamente, garantita dall'antica età della costruzione.

Così mi sono raccontato in quello che non sapevo di me: nella gioia di trovarmi lì, inaspettatamente, che era quasi felicità. Un abitare così, anche solo tra un pergolato di legna accatastata e un corridoio buio verso la montagna, non ha bisogno di altre stanze. Un abitare che non ha conosciuto architetti ma anime del luogo. Un abitare di cui sono stato omaggiato ma che non mi è stato regalato ed è giusto così, lo dico davvero: perché certe case sono così belle solo quando chi vi abita le capisce, le ama, le cura, ne soddisfa i desideri. Sì, ne sono convinto, bisogna soddisfare i desideri delle case se si vuole che siano raggianti!

Ho parlato molto di me in quel terrazzino davanti alla montagna, perché mi sentivo di fare confidenze a quel luogo, come a volermi far accettare ancora di più come a voler lasciare un soffio di anima mia. Poi si è fatto tardi, non conosco il resto della casa, ma sono andato via rimanendo lì.